Pillole "young" per Vedere e Conoscere Torino
Il Torino Film Festival si è concluso sabato con la vittoria di Garage di Lenny Abrahamson (Irlanda, 2007), film che ha messo d'accordo la giuria ma non tutti gli spettatori.
Al nostro diario però manca ancora qualche giornata; ecco il resoconto della settima in cui Gabriele Diverio, nostro inviato a Torino, ha visto e recensito film tra loro molto diversi. Ecco cosa ci ha scritto.
Settimo giorno di proiezioni a Torino; ieri notte, prima di dormire, ho visto dei fotogrammi scorerre davanti ai miei occhi.
Ventiquattro volte al secondo.
Avrò bisogno di disintossicarmi nelle prossime settimane.
Primo dei film visti oggi Huling balyan ng buhi: o ang sinalirap nga asoy nila/ The woven stories of the other (Filippine, 2007), di Sherad Anthony Sanchez.
Cos’abbiamo capito di questa storia in concorso nella categoria “Torino25”?
Ci sono due popolazioni in guerra tra loro e il viaggio da una all’altra di un malato in cerca di cure - proprio come l’antica leggenda raccontataci ad inizio film – .
C’è poi la santona di uno dei due villaggi che è al tempo stesso rispettata dai suoi concittadini e sbeffeggiata dalle forze militari nemiche.
La si sente spesso cantare in onore degli spiriti ed invocare la loro protezione.
Infine ci sono due bambini che errano nella foresta: giocano, scherzano e a volte piangono e hanno paura della natura che li circonda.
Questo è tutto ciò che posso dire di The woven stories of the other.
Sarà di sicuro colpa nostra, ma non abbiamo trovato nulla di interessante in questo film; se fosse stato un documentario – e a tratti sembra volerlo essere – l’avremmo seguito con occhi diversi, ma da un film di finzione pretendiamo di più.
Non è una questione di assenza di storia – alcuni dei nostri film preferiti non hanno uno sviluppo narrativo convenzionale – è che qui non scatta proprio quella scintilla che permette di appassionarsi ai personaggi.
Cosa ci resta di queste esistenze così diverse dalle nostre? Ricorderemo in fututo dei momenti di vita filippina?
E non ci si può neppure rifugiare nella pura contemplazione estetica perché il film non ci ammaglia con scenari mozza fiato o con colori degni della tavolozza di un pittore.
Nel programma del festival di parlava di “esordio ipnotico”…se è vero che dopo l’ipnosi si cade in catalessi, siamo perfettamente d’accordo.
Speravamo di rifarci con il chiaccheratissimo Viva (USA, 2006), della regista attrice sceneggiatrice costumista autrice delle musiche e chi più ne ha più ne metta, Anna Biller.
Per l’occasione ci siamo fatti prestare dall’Alex di Arancia meccanica – (USA, 1971), di Stanley Kubrick – l’apparecchiatura usata nella cura Ludvico, perché, secondo istruzioni, Viva andava visto “ad occhi spalancati e felici”.
Che gran delusione.
Questa rievocazione kitsch della corrente cinematografica della sexplotation anni ‘60/’70 potrebbe divertire al massimo per mezz’ora.
Abbiamo riso all’inizio per la recitazione volutamente forzata degli interpreti e le evidenti gag erotiche sempre sopra le righe, ma la trama non è interessante – un susseguirsi di tappe erotiche sul cammino dell’amancipazione di una casalinga annoiata – e si fa davvero fatica reggere questa struttura per 120 minuti!
Ci si dimentica forse che i film a cui la Biller si ispira basavano il loro successo su due strade molte diverse: o rimanere nel campo del soft porno, ma puntare a far ridere il pubblico con battute e gag comiche o disinteressarsi della trama, ma dare “soddisfazione fisica” allo spettatore.
Qui non si ride quasi mai – oh, è vero, dimenticavamo la caricatura del gay! Ah-ah-ah…– e le scene esplicite si dissolvono nel nero.
Leggiamo che Viva è magnificamente kitsch.
Va bene, ma com’era il film?
A risollevare il nostro umore ci ha pensato Marco Ferreri, cui il festival ha doverosamente dedicato uno spazio in occasione dei dieci anni della sua morte.
Abbiamo assistito ad un collage di interviste – definirlo documentario ci sembra troppo – raccolte da Mario Canale.
Nella mezz’ora di Sostiene Ferreri (Italia, 2007) il regista di capolavori come La donna scimmia (1964), Dillinger è morto (1969), La grande abbuffata (1973) parla a ruota libera di sé e della suo lavoro.
L’opera di Canale è divisa in quatro capitoli: Parlare di un film, Non parlare di un film, Attrici e Cinema e politica.
Ferreri si mostra per com’era, un animo schietto, genuino e poco disposto a lasciarsi travolgere dal circo mediatico che la macchina cinema si porta appresso.
Gustoso il secondo capitolo, quando, annoiato dall’intervista, si “diverte” a smontare ogni domanda di Canale, trovando sempre un modo per svincolarsi o banalizzare le richieste di informazione dell’intervistatore.
E minuto dopo minuto cresce il rammarico di non aver potuto godere più a lungo dei lavori e dei sempre originali punti di vista di questo nostro grande regista italiano.
Chiudiamo con poche righe su un film visto ormai qualche giorno fa nella sezione “Fuori concorso”: An seh those three (Iran, 2007) di Naghi Nemati.
Tre soldati iraniani colgono al balzo l’occasione di poter allontanarsi dal loro gruppo e si danno alla macchia.
Ma la fitta nebbia che li ha nascosti donando loro la possibilità di avere un destino diverso, si rivelerà la loro condonna e i tre avranno giusto il tempo di aiutare una donna e il suo piccolo e cercare di capire meglio anche loro stessi.
Questo film è un buon esempio di opera intimista che riesce a catturare l’attenzione a dispetto della quasi nullità delle azioni dei protagonisti e della scarsa visibilità che accompagna tutto il film – avreste mai creduto di vedere tutta quella neve in Iraq? – .
Questo solo per dire che film intimisti di buon livello ci sono.
(tratto dal blog Cinefestival)