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Torino Film Festival 2007: The railroad, Neandertal e Lars and the real girl (sesta giornata)

Venerdì 30 Novembre 2007, 19:20 in Cinema di

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Riportiamo qui sotto il post pubblicato oggi su Cinefestival

Di Gabriele Diverio

Il sesto giorno di proiezioni è stato all’insegna dei film in concorso nella categoria “Torino25”. Abbiamo compiuto un’ideale giro del mondo, partendo dalla Corea del Sud di Gyeong-ui-Seon / The railroad, facendo un rapido scalo in Germania con Neandertal e atterrando infine negli U.S.A. di Lars and the real girl.
Sono film assai diversi tra loro, ma accomunati da un aspetto già riscontrato in altri film di questo festival: l’inadeguatezza del vivere.
Nella sequenza introduttiva di The railroad – (2006), di Park Heung-sik –  un uomo e una donna dal passo incerto, vagano nella notte come zombies romeriani.
Avremo tempo di scoprire cosa li ha feriti in modo così violento nell’animo, ma il punto di partenza è lo stesso: un disagio provocato da un’insoddisfazione personale.

Anche Guido – protagonista di Neandertal (2006), di Ingo Haeb – è vittima di un malessere psichico che però nel suo caso si manifesta fisicamente con attacchi di neurodermatite.
Infine il Lars che insieme alla real girl presta il nome alla pellicola di Craig Gillespie (2007), è affetto da un disturbo che non gli permette di stringere rapporti relazionali che vadano più in là di conoscenze superficiali.
Ricordandoci anche del Teodor di Vogelfrei e, in qualche misura, del Geirr di The art of negative thinking, film di cui vi abbiamo già parlato, emerge un chiaro dato: la malattia della società.

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La vita, musa di registi e di tutti gli artisti, in questo momento indica loro soprattutto l’alterazione delle condizione di naturalità.
Sta poi ai “metteur en scene” decidere in che modo affrontare questo argomento, quali corde pizzicare per far leva sull’empatia dello spettatore, ma sta di fatto che questa edizione del Torino Film Festival potrebbe avere come sottotitolo “il dolore della società”.

Venendo ai film, sono tutti e tre degni di lode, anche se si distacca dal gruppo per mancanza di originalità il film coreano – chissà, forse perché ne abbiamo visti molti negli ultimi anni? –.

In un’atmosfera alla Kim Ki-duk, facciamo la conoscenza di Man–soo e Hanna; il primo è autista di metropolitana, trascorre la maggior parte del tempo sotto terra, non ha idea del passare del tempo e vive con l’angoscia di vedersi all’ultimo istante sotto gli occhi il corpo di qualche suicida.

La seconda ha un lavoro che difinisce inutile all’università e una relazione con un uomo sposato che non porterà a nulla di buono.
Si incontrano per caso e liberano le proprie coscienze dai pesi che le opprimono, per poi poter tornare a condurre le proprie rispettive esistenze, più leggere…al meno per un po’.
Come detto: buon film, ma senza nessuna invenzione degna di nota o momenti poeticamente superiori.

Neandertal invece è un film insolito; quando pensi di aver intuito in che direzione si stia muovendo, ti sorprende e cambia rotta.
Sullo sfondo di una Germania post caduta del muro – riunificata a livello politico, mentre per unire le due popolazioni ci vorrà un rigore mondiale di Brehme contro l’Argentina – assistiamo all’inquieta giovinezza di Guido, malato di neurodermatite fin da tenera età.

Qualsiasi cura provata, si è rivelata fallimentare e l’ultima spiaggia è una terapia che cerchi di curare la malattia attraverso un miglioramento dell’umore del giovane.
I miglioramenti sono evidenti e Guido si sente rinascere; arriveranno poi la scoperta della crisi coniugale dei genitori, l’amicizia con uno strano “punkettone” preso come punto di riferimento e la presa di coscienza di poter cambiare il pessimistico futuro che gli si prospetta.
Bello questo film tedesco, esempio di una cinematografia in netta ripresa – come testimonia il successo de Le vite degli altri (2006), di Florian Henckel von Donnersmarck -.
Convulso e frenetico – come le belle animazioni grafiche che compaiono di tanto in tanto nel film e nei titoli di coda (a  proposito: non è più di moda realizzare titoli di testa e di coda che non siano solo informativi, ma che solletichino l’immaginazione?) – lungo tutto il suo svolgimento, dà a volte l’idea di mettere troppa carne al fuoco, ma è un caos che ben rispecchia l’agitazione del giovane protagonista.
Una piacevole sorpresa.

Ultimo, ma primo per gradimento, Lars and the real girl.
Lars – Ryan Gosling –  non ama avere persone intorno a sé e il contatto con gli procura dolori fisici.
Ma non è completamente matto e capisce che deve far qualcosa per uscire da questa situazione: si fidanza con Bianca.
Chi è Bianca? Una bambolona di plastica anatomicamente perfetta.
Suo fratello vorrebbe farlo ricoverare perché Lars dà evidenti segni di follia (dialoga con la bambola, le ha costruito un passato, le prepara da mangiare, la fa interagire con il mondo reale); ma la di lui moglie e un’abilissima dottoressa-psichiatra indovinano la portata di questo evento e lasciano che la relazione tra Lars e Bianca abbia il suo normale decorso.

Viene così architettata una farsa grandiosa – degna de Vogliamo vivere! (1946), di Ernst Lubitsch e La vita è bella (1997), di Roberto Benigni – di cui sono partecipi tutti i concittadini di Lars.
L’amore che la gente prova per questo ragazzo e il riscontro dei miglioramenti che Bianca suscita in lui, fanno sì che tutti prendano a cuore la bambola e la trasformino nel punto fondamentale di tutta la cittadina.
Tutto bene quindi? Sì, fino a quando la neo-coppia non finisce il periodo “tutto rose e fiori”…

Pensiamo che questo film sia in prima fila per la premiazione finale insieme a Away from her, e se vincesse saremmo piacevolmente sorpresi.
Il motivo è semplice: dentro di noi coviamo il timore che ai festival debba, forzatamente, vincere un film: serio, impegnato, d’autore, possibilmente che commuova.

Away from her, per esempio, o il sopravvalutato Home song stories.
Lars and the real girl è sì un film impegnato, con una solida sceneggiatura, che affronta temi importanti, ma ha una caratteristica che gli altri film presi in esame non ha: ti fa uscire dalla sala a cuor contento.
E questo – speriamo di sbagliarci – in un festival viene avvertito come qualcosa che ne abbassa la portata; ai cinefili “de fero” piace deprimersi con i film, non rallegrarsi.

Il film di Craig Gillespie potrebbe ricevere il premio del pubblico o quello per la miglior sceneggiatura, tanto perché si dimostri di aver compreso la bontà e lo spessore dell’opera.
Come sarebbe bello invece se vincesse Lars and the real girl!
Sarebbe anche una bella pubblicità per il festival, perché in giro si direbbe che il film più ottimista dell’anno arriva da Torino.

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